Grande perdita per la città di Cesenatico, dintorni e non solo! Ricordiamolo e facciamolo conoscere.
Idalgo.. il buon Gazzoni.. Se n'è andato di domenica, alla veneranda età di 95 anni, li avrebbe compiuti a metà maggio, un medico, un Maestro, un grande uomo e uomo di Dio.
Uomo di Dio perché nato da una mamma che potremmo chiamarla Santa: mamma Elvira, dato che è stata "figlia spirituale di Padre Pio", ebbe pure lei le stimmate e fondò la chiesetta sul colle di Covignano di Rimini (dietro, poco più i su, il Santuario "Madonna delle Grazie" (dove ogni 13 del mese ci si ritrova per partecipare ad una funzione religiosa organizzata dal suo gruppo di preghiera nato a Rimini, chiamato "IL CENACOLO").
Ci mancherai solo fisicamente, perché la tua presenza, in Dio-Universo la sentiamo e la sentiremo sempre. Oltre alla tua presenza, anche il tuo affetto, il tuo altruismo e amore per il prossimo ed i tuoi pazienti, oltre che come MEDICO nel vero senso della parola, rispettoso e fedele nel giuramento di Ippocrate fatto e, soprattutto verso Dio!
In molti hanno sostenuto, talvolta con un pizzico di ironia, che la vera unità d’Italia sia merito di Mike Bongiorno e non di Garibaldi o Cavour, grazie alla sua trasmissione "Lascia o raddoppia?"
Fu quel programma a diffondere la lingua italiana in tutto il Paese, facendola conoscere a una parte della popolazione che ancora negli anni Cinquanta si esprimeva solo con il dialetto. Pochi anni dopo, dal 1960 al 1968, arrivò il programma "Non è mai troppo tardi", in cui il maestro Alberto Manzi insegnava le nozioni base dell’italiano a coloro che, pur avendo superato l’età scolare, non le conoscevano.
Lascia o raddoppia?, 1956
Con l’avvento delle televisioni private, però, qualcosa è cambiato. Dovendosi sostenere con la sola raccolta pubblicitaria, queste hanno cominciato a tener conto soprattutto degli indici di ascolto, non sempre legati alla qualità di quanto messo in onda. Anche la Rai, inseguendo le televisioni commerciali sul loro terreno, ha abbassato il livello culturale dei propri programmi e del suo pubblico.
Sul lungo periodo questo impoverimento intellettuale degli spettatori può avere un effetto grave sull’intera società, secondo quanto sostiene il filosofo austriaco Karl Popper, che da giovane aveva collaborato con lo psicoanalista Alfred Adler. Con lui si era occupato, per conto della Società di psicologia individuale comparata, di bambini con difficoltà di apprendimento: da questa esperienza ebbe origine il suo interesse verso le problematiche educative e la proposta di istituire “una patente per fare la televisione”. Le ragioni di questa presa di posizione, che potrebbe assomigliare alla volontà di censura, si trovano nel suo saggio Cattiva maestra televisione del 1994. La provocazione lanciata nello scritto è giustificata dalla volontà di Popper di difendere la libertà dei singoli e delle loro menti.
Popper, infatti, attribuiva alla televisione la capacità di agire in maniera inconscia sul pubblico, imponendo modelli di riferimento e gusti individuali e spingendolo ad adeguarsi in modo passivo a certi standard di opinione e di comportamento. Il filosofo era convinto che attraverso programmi diseducativi il sistema televisivo sia in grado di diffondere la violenza nella società, provocando “una perdita dei sentimenti normali del vivere in un mondo bene ordinato in cui il crimine sia una sensazione eccezionale”. Il meccanismo si aggrava nel caso dei giovani che, essendo più influenzabili, rischiano di confondere la finzione con la realtà, cedendo a una visione irreale della vita.
A sostegno della sua tesi, Popper richiamava la sua esperienza nella cura di bambini con disturbi originati proprio dalla violenza quotidiana nelle loro case. Per questo considerava estremamente dannoso permettere al mezzo televisivo di diffondere la violenza anche nelle famiglie che non ne sono direttamente toccate. La sua capacità di anestetizzare lo spirito critico e di addormentare le masse diventano per Popper anche uno strumento di controllo politico, in grado di minare alla base lo Stato di diritto. “Ora è accaduto che questa televisione sia
diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla. E così sarà se continueremo a consentirne l’abuso. Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Nessuna democrazia può sopravvivere se all’abuso di questo potere non si mette fine. Credo che un nuovo Hitler con la televisione avrebbe un potere infinito”, ha scritto il filosofo.
La proposta di Popper di rilasciare un’autorizzazione specifica alla fine di un corso per responsabilizzare i produttori televisivi, e renderli consapevoli del loro ruolo di educatori, è dovuta alla consapevolezza che spesso gli autori sacrificano la qualità dei loro prodotti per l’audience. Non vuole dunque limitare la libertà, ma preservarla dal totalitarismo televisivo, molto più complesso ed efficace di quelli conosciuti fino a ora nella storia. Popper rispose ai suoi critici in un’intervista per l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche di Rai Educational del 1993: “Bisogna privare il consumatore del suo piacere? Sì, se il suo piacere costituisce un pericolo per gli altri. […] Certe persone, con il loro atteggiamento di rifiuto della violenza, non diventerebbero pericolose anche se vedessero le peggiori cose alla televisione, mentre altri possono esserne influenzati.
Anche il cinema è stato coinvolto nella discussione. Durante la stessa intervista, gli venne chiesto se sia necessaria una patente anche per produrre film. La risposta di Popper non lasciò spazio a fraintendimenti: a differenza della televisione, disse il filosofo, il cinema è meno incisivo nella vita di tutti i giorni. Questo perché “bisogna darsi la pena di andare e non si resta normalmente più di due ore o di due ore e mezzo”. Perciò, anche se è opportuno intervenire in futuro anche in questo settore, il problema del piccolo schermo resta di maggiore urgenza e di più complessa risoluzione.
Intanto, la teoria popperiana sembra trovare riscontro nella realtà. La televisione si è dimostrata capace di creare bisogni fittizi, distruggere le diversità locali, svuotare di significato culture con centinaia di anni alle spalle e, soprattutto, di incattivire il telespettatore. Per averne la conferma basta guardare una puntata di programmi come La Corrida, Ciao Darwin o Avanti un altro!, che basano il loro successo sul sadismo del pubblico, pronto ad assistere divertito alle performance grottesche dei partecipanti. La volontaria umiliazione dei concorrenti raggiunge un livello più grave andando a toccare la questione della privacy, ancora più minacciata con l’avvento della società dello spettacolo. Nel campo dei talk show, un caso esemplare è quello di Live – Non è la D’Urso, dove personaggi famosi o aspiranti tali rivelano retroscena intimi della loro vita privata. Come ha dimostrato il recente caso Pamela Prati, se non hanno uno scoop abbastanza importante da gettare in pasto all’opinione pubblica, possono arrivare a inventarlo.
Come temuto da Popper, la televisione sta davvero inebetendo i suoi spettatori. Nel 2018, una ricerca della società britannica Ipsos Mori ha messo in luce come gli italiani siano il popolo più ignorante in Europa, soprattutto per quanto riguarda la percezione dell’attualità. La causa principale del record negativo è la cattiva informazione televisiva, che distorce la comune percezione della realtà con false notizie. La scuola, in questi casi, non può essere la sola soluzione. Un ruolo importante va attribuito proprio alla televisione, che dovrebbe anche educare attraverso programmi di approfondimento culturale, alla portata di tutti e programmi appassionanti!
Ora più che mai abbiamo bisogno di un nuovo Alberto Manzi. Ne perderà l’audience forse, ma ci guadagneranno gli italiani.
Non c'è un motivo specifico, né una paura
fondata e concreta, ma di fatto l'aracnofobia terrorizza un numero sproporzionato di persone. Una paura
agghiacciante, persistente ed ingiustificata, quella dei ragni, tanto da
diventare - talvolta - un'ossessione incontrollabile, responsabile di veri e
propri attacchi di
panico. Ma il fatto più
bizzarro, incompreso da aracnofobici e non, è sempre lo stesso: perché
proprio i ragni? D'altronde, stiamo parlando “solo” di piccoli aracnidi
innocui (tarantole e
ragni velenosi a parte).
È sconvolgente l'impatto che la paura dei ragni genera tra la popolazione: si
stima, infatti, che l'aracnofobia sia la paura agli animali più diffusa in
assoluto, insieme a quella di topi e serpenti.
Il ragno, artista della tessitura per antonomasia, tesse la sua tela con
destrezza e maestria unica: la pazienza, la precisione e l'attenzione della
trama e dell'intreccio della sua rete sono sorprendenti. L'aracnofobia non si
ferma solo al ragno in sé, ma si estende anche alle ragnatele, le sue opere
“architettoniche” meravigliose: la paura della rete riflette probabilmente la
fobia di essere intrappolati, di non aver via di fuga.
L'aracnofobia, come del resto le fobie in genere, cela disturbi psicologici più
o meno gravi: infatti, non ha senso aver paura di questi piccoli animali, ma di
fatto, inspiegabilmente, la paura c'è.
Questo è un palese esempio di quanto la mente umana possa condizionare noi stessi:
è il senno che comanda il tutto e, quando non si è più in grado di porre dei
freni alla ragione, la paura ha il sopravvento. Non a caso, l'aracnofobia
rientra tra le paure irrazionali.
Sintomi
Se di sintomatologia si può parlare,
l'aracnofobia genera reazioni diverse in base alla “gravità” del disturbo: nei
casi di severità, la paura dei ragni s'innesta semplicemente visionando uno
scatto fotografico di un aracnide. Le reazioni alla vista di un ragno, sia
questi di dimensioni minute o giganti, sono incontrollate e possono risultare
esagerate agli occhi non solo degli altri, ma anche dell'aracnofobico stesso.
Esistono vari livelli di gravità, a partire dalla semplice repulsione alla
vista del ragno, sino alla degenerata ossessione per gli stessi, che sfocia in
attacchi di panico e reazioni irrazionali, oltre che sproporzionate. Tra i
sintomi più frequenti, si ricordano:
In alcuni aracnofobici, i tipici prodromi di
paura si presentano al solo pensiero che all'interno di una stanza possa
presentarsi un ragno; il soggetto, di conseguenza, è in grado di entrare in
quella camera solo dopo uno sforzo mentale abnorme, unico modo per superare la
fobia.
Tipica degli aracnofobici è la sensazione di essere infestati dai ragni, di
percepire le zampette correre sulla pelle, come se il ragno volesse
intrappolare il pasto umano dentro la sua tela, per mangiare lentamente la sua
preda, succhiandone gradatamente il sangue.
Dopo aver inquadrato la paura dei ragni in chiave sintomatologica, è
comprensibile come il termine “aracnofobia” sia un eufemismo, per quelle
persone che ne sono affette. Spesso, i soggetti “sani” trovano eccessive le
reazioni degli aracnofobici alla sola visione del ragno, ma l'ossessione -
vista con gli occhi degli altri - viene spesso sminuita rispetto a quanto lo
sia in realtà.
Pensare che, in alcuni Paesi, i ragni sono persino considerati una leccornia
gastronomica!
Analisi psicologica
L'aracnofobia, come peraltro la maggior parte
delle fobie,
è strettamente correlata a disturbi - più o meno gravi - di natura prettamente
psicologica: effettivamente, i piccoli aracnidi rei di ossessioni e incubi notturni
rappresentano solamente un banale espediente verso cui rovesciare le nostre
fobie. La dilatazione
delle pupille alla vista della “bestia”, la pelle d'oca, la
percezione che quel ragno lontano stia accarezzando la pelle,
l'aumento della frequenza cardiaca ed il senso di nausea sono solamente frutto
dell'immaginazione: nulla è reale. Riflettendo: come sarebbe possibile che
questi piccoli animali possano arrecare danno all'uomo? L'aracnofobico non deve
credere di essere un succulento bocconcino per il ragno: la paura è infondata. Leggendo quanto detto, è comprensibile che il primo pensiero di un soggetto
affetto da aracnofobia sia: “facile dirlo!”. Anche in questo caso, deve
subentrare la volontà di superare il problema: senza desiderio e volontà di
guarire (dove il verbo “guarire” calza a pennello per esprimere al meglio il
concetto, considerando che l'aracnofobia, per molti, è una malattia a tutti gli
effetti), la paura dei ragni non può essere debellata.
Interpretazione simbolica del ragno
La figura raccapricciante del ragno, dalla testa
enorme (vista tale dagli aracnofobici) e dalle otto zampette frammentate e sottili,
è da tempo immemore simbolo di paura e terrore. Anche in questo caso, la
domanda immediata è sempre la stessa: perché proprio il ragno? Certo, la proiezione della figura dell'animale ingigantisce il suo corpo esile
creando veri e propri mostri d'ombra stampati su muri e soffitti, che si
divengono i principi neri di sonni notturni inquietanti. Ciò nonostante, sta di
fatto che il ragno “reale” che, timido, si nasconde nelle crepe dei muri e
negli angoli più isolati della casa, è la vittima: l'uomo, che, pauroso, si copre
il viso e trema alla vista della bestia, non si rende conto che il vincitore
dell'eterna battaglia al mostro è proprio lui!
Secondo il pensiero di alcuni autori, è proprio dal ragno che tutto ha avuto
origine, grazie alla sua particolare struttura fisica; per altri, invece, il
ragno è un intermediario per l'aldilà.
Intrecciando l'analisi psicologica con l'interpretazione simbolica del ragno,
idealmente è possibile scovare i motivi reali che scatenano l'aracnofobia.
La tessitura della tela simboleggia la creazione della vita: la paura della
ragnatela, probabilmente, nasconde sia l'ansia della morte, che l'inquietudine
di essere intrappolati in una rete dalla quale non si può sfuggire. Probabilmente, ciò che inquieta enormemente gli aracnofobici, è la laboriosità
dell'animale nel costruire la sua tela, la pazienza mista ad intelligenza
nell'aspettare la preda, e la caccia, dato che il ragno si nutre delle sue
prede ancora in vita dopo averle paralizzate nella tela ed incastrate nelle sue
infide zampette, non lasciando loro alcuna via di scampo. (!)
Aracnofobia ed interpretazione
Se l'aracnofobico in sé teme il ragno, la
paura si può facilmente tramutare in vera e propria ossessione quando l'animale
viene enfatizzato, e la fobia amplificata smisuratamente dai media e da
credenze popolari e leggende che, di per loro, non hanno fondamento
alcuno.
Nella
simbologia, il ragno è definito una creatura imprevedibile, bizzarra,
ambivalente, in cui nella medesima bestia regna sia il bene che il male.
Con ogni probabilità, l'aracnofobia è esagerata a dismisura da alcune culture:
secondo quanto emerge da una credenza antica - tuttora considerata - l'anima
può entrare ed uscire dalla bocca durante il sonno sotto la veste del ragno.
Nell'arte, alcuni dipinti raffigurano ragni giganti con il volto di donna:
abbiamo visto in precedenza che la figura del ragno è in qualche modo correlata
alla vita (atto di creazione). A tal proposito, la donna ragno simboleggia
duplici significati opposti: l'umano e la bestia, la bellezza e la mostruosità,
il reale e l'immaginario.
Per altri autori, l'aracnofobia esprime l'allegoria dell'alienazione di se
stessi nei confronti del mondo; per altri ancora, la paura dei ragni è un
semplice tentativo di allontanare involontariamente alcuni comportamenti -
inconsciamente reputati erronei - del proprio ego.
Terapie psicologiche
Come abbiamo visto, l'aracnofobia miete un
numero enorme di vittime. Tuttavia, come tutte le fobie e
le malattie di natura psicologica, la terapia è possibile. Dato che per molti
autori la paura dei ragni viene catalogata come una “fobia semplice”
(classificazione effettuata sicuramente da persone non aracnofobiche), non
esistono trattamenti farmacologici mirati, riconosciuti e legittimi.
Comune è la cosiddetta esposizione in vivo, terapia comportamentale
consistente nel contatto ravvicinato dell'aracnofobico al ragno: il trattamento,
dapprima puramente psicologico e successivamente effettuato anche sul piano
pratico, dev'essere eseguito per gradi, al fine di trascinare il paziente
proprio al limite dell'ossessione, toccando con mani l'aracnide che, beffardo,
fissa la vittima.
In genere, la terapia ha inizio sottoponendo l'aracnofobico a domande mirate
sulla sua paura, al fine di estrapolarne i motivi che l'hanno indotta: il più
delle volte, il paziente non è in grado di dare una spiegazione precisa e
sicura alla sua aracnofobia.
La fase terapica successiva consiste nel presentare fotografie di ragni
all'aracnofobico; le sedute proseguono mostrando veri ragni, che li separano
dal soggetto grazie ad un vetro. L'ultima fase, il livello di “pericolosità”
più elevato per l'aracnofobico, nonché il più temuto, consiste nel toccare
direttamente i ragni.
Generalmente, la cura dà buoni risultati per un breve periodo di tempo,
pertanto sono consigliate terapie di “richiamo” al fine di evitare ulteriori
ricadute.
Altri autori, sembrano preferire altri metodi chiamati “shock”, consistenti
nell'esposizione improvvisa del ragno alla vittima aracnofobica.
Riflessioni
Senza dubbio un paradosso irrazionale,
l'aracnofobia: la coscienza e l'intelletto non sono più in grado di gestire
l'oggetto fobico. Il problema in sé non è rappresentato dalla paura dei ragni:
il ragno, come già esplicitato più volte, è solamente uno stratagemma, una
semplice scappatoia verso cui riversare ansia ed angoscia inconscia. Se il
ragno fosse una scatola zeppa di paure, preoccupazioni ed inquietudini
l'aracnofobico temerebbe comunque la scatola: il problema è che l'involucro, in
sé, non crea paura, non scatena il danno, ma è il contenuto che genera
ossessione. La scatola è apparenza: non ci si deve fermare alle apparenze, si
deve scavare più a fondo, cercando di scovare il motivo attorno al quale rotea
il tutto.
Alcuni esperti in materia sono convinti che l'aracnofobia affondi profonde
radici nell'infanzia, la “tenera età”, periodo di vita in cui la forza mentale
non è ancora consolidata e stabile. Le paure viste con gli occhi di un bambino
vengono ingigantite ed enfatizzate: l'inevitabile conseguenza è l'assoluta
incapacità di padroneggiarla, generando un senso di angoscia permanente
ed ingestibile. È proprio in questo momento che nella testa del piccolo
aracnofobico scatta involontariamente un meccanismo apparentemente difensivo,
che consiste nel far ricadere la responsabilità dell'angoscia proprio nel
ragno.
Se non si ricorre a terapie psicologiche, l'aracnofobia, inspiegabilmente,
rimane un incubo che accompagna il malcapitato per tutta la vita.
Pensare che un antico proverbio inglese
afferma: Se desideri amore e successo
lascia un ragno correre vivo.
Chissà se gli aracnofobici concordano…
La paura
dei ragni, scientificamente detta aracnofobia, è abbastanza
comune e interessa sia uomini che donne. Nella maggior parte dei casi non si
tratta di una fobia molto pericolosa e secondo gli scienziati può essere
superata. Nello specifico i ricercatori ritengono che la sintomatologia si
manifesti null’altro che con un’accelerazione cardiaca. E per questo può
essere affrontata con il metodo del confronto diretto.
COME
SUPERARE LA PAURA DEI RAGNI
I
ricercatori della Sussex University hanno scoperto che esporre le persone alle
proprie paure riduce la loro ansia. Gli esperti ritengono che tali scoperte
potrebbero applicarsi alle più comuni forme di fobie. Le terapie attuali si
basano sul confronto diretto con lo stimolo temuto. Ovviamente ciò può indurre
i pazienti trattati a provare un significativo disagio emotivo.
IL
TRATTAMENTO
I
risultati, pubblicati nella rivista di Medicina psicosomatica, potrebbero
costituire la base per un nuovo trattamento per le paure irrazionali. Il
trattamento attuale è spesso prolungato e comporta una graduale esposizione
agli stimoli. Ma la nuova ricerca dimostra che possono essere trattati in modo
più efficace collegando la terapia computerizzata ai ritmi corporei dei
pazienti stessi.
Il
professor Hugo Critchley, presidente della psichiatria di Brighton e Sussex
Medical School (BSMS) e investigatore principale, ha dichiarato “Molti
di noi hanno fobie di un tipo o dell’altro – potrebbero essere ragni, clown o
persino cibo. Il trattamento di solito comporta l’esposizione della persona
alla paura, ma questo può richiedere molto tempo.”
LA
PAURA DEI RAGNI E IL BATTITO CARDIACO
Il
modo in cui rispondiamo alle nostre paure può dipendere dall’esposizione allo
stimolo in relazione ai battiti cardiaci. I segnali di eccitazione corporea che
si verificano con ogni singolo battito cardiaco possono modificare l’impatto
emotivo di potenziali minacce. Ad esempio, se sperimentiamo le minacce durante
un battito cardiaco, possono apparire più grandi.
In
questo studio clinico, una terapia di esposizione computerizzata per
l’aracnofobia è stata combinata con misurazioni online dei battiti cardiaci.
Per un gruppo di pazienti, le
immagini dei ragni sono state presentate in contemporanea al battito del cuore.
Mentre per un altro gruppo di pazienti sono state presentate immagini di ragni
tra i battiti del cuore. Un terzo gruppo di controllo ha visto i ragni in modo
casuale nelle sessioni di terapia. Sebbene ci sia stato qualche miglioramento
tra tutti i pazienti, le persone esposte ai ragni durante il battito cardiaco
hanno reagito meglio. Hanno infatti mostrato una maggiore riduzione della paura
dei ragni auto-riferita, dei livelli di ansia e delle risposte fisiologiche ai
ragni.
Cari amici che su YouTube, che avete commentato e scambiato pareri, in questi anni, sul video in oggetto, dovete sapere che, purtroppo, il video in questione è stato CANCELLATO da YouTube dopo ben sette anni che esisteva! Questa é la stringata motivazione, alla quale ci inchiniamo dato che ci si andrebbe a scontrare con la TV di regime: la rai appunto.!
Comunque i commenti e lo scambio di opinioni e idee son qui immortalati ed è possibile leggerli nuovamente con tranquillità. La maggioranza delle persone possiedono un NICKNAME e pertanto il dialogo potrebbe non avere la possibilità di esistere, ma prendiamo atto ugualmente. Comunque, leggendo certi commenti ci si rende conto che anche qui la presenza di Trolls c'è.
Ecco la PARTE PRIMA della durata di circa 21 minuti. Buona visione. Divulgare, condividere! PER ASSISTERE ALLA PRIMA PARTE DEL VIDEO, CLICK QUI: https://vimeo.com/279999406
La sera prima di morire in pista, aveva detto che il giorno dopo non avrebbe corso. Durante le prove era perito un pilota (Roland Ratzenberger - ndr). Un collega. Non accadeva da dodici anni. Ma il giorno della corsa, all’ora di pranzo, il brasiliano Senna era nella sua monoposto, a Imola. Il casco giallo lo rendeva riconoscibile nella vettura, prima della partenza. Ayrton guidava bolidi bianco-blu verso la bandiera a scacchi, sdraiato a pochi centimetri dall’asfalto. ... ....
La leggenda del campione triste continua, a venti anni dalla morte e dall’incidente alla curva del Tamburello, circuito di Imola, Gran Premio di San Marino, ore 14,17 di domenica 1 maggio 1994. Qualcuno ha dichiarato che poco prima di salirci, Senna fece un giro intorno alla vettura guardandola in modo sospetto. Un altro, che lo conosceva benissimo, disse che indossò il cappuccio ignifugo diversamente dal solito. C’è chi assicurava che si era tolto il casco sulla griglia di partenza, cosa che non aveva mai fatto (non era vero). Niente però di mistico o misterioso: secondo l’avversario Damon Hill, prima della corsa Ayrton sembrava mentalmente preparato, come sempre, totalmente concentrato.
Attaccò la curva del Tamburello a 306 chilometri all’ora, per la settima volta quel pomeriggio. L’ultima. La monoposto divenne ingovernabile per il cedimento del piantone dello sterzo, tagliato, allungato e saldato su richiesta dello stesso pilota, per migliorare la visibilità della strumentazione. Urtò violentemente contro il cemento a protezione del corso d’acqua che attraversa il circuito, eppure il pilota non riportò danni fisici gravi: l’angolo ridotto, 22 gradi, dell’impatto della monoposto, contro il muretto e poi il rimbalzo sulla sabbia, avevano dissipato l’energia cinetica. Ma un frammento della sospensione attraversò come un proiettile la parte superiore tra visiera e casco, sfondando la regione temporale destra, provocando gravissime lesioni e un’emorragia ingente. Portato in elicottero all’Ospedale Maggiore di Bologna, Senna non riprese mai coscienza e venne dichiarato morto nel reparto di rianimazione, alle 18,40.
(F. Laudadio) - https://www.sololibri.net/Senna-il-destino-di-un-campione.html
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La puntata del lunedì 5 novembre 2007 di Voyager - Esiste il destino? E' possibile che il nostro futuro sia scritto da qualche parte? La nostra esistenza è governata dal libero arbitrio o dalla fatalità? Roberto Giacobbo ha ripercorso gli ultimi tre giorni di vita del campione di Formula1, Ayrton Senna da Silva (San Paolo, 21 marzo 1960 -- Bologna, 1º maggio 1994), a caccia di quelle coincidenze accadute prima del fatale incidente del 1 maggio 1994 sul circuito di Imola. Le telecamere di Voyager si sono recate sul rinnovato autodromo Enzo e Dino Ferrari per rendere omaggio al mai dimenticato pilota brasiliano e ricostruire quelle drammatiche ore prima della sua scomparsa. « Mi ferisce che si dica che credo di essere imbattibile a causa della mia fede in Dio. Ciò che voglio dire è che Dio mi dà la forza e inoltre che la vita è un dono che Dio ci ha dato e noi siamo obbligati a mantenerlo con cura.» (A.Senna da Silva)
Erano le 14:17 quando al 7º giro, il secondo dopo la ripartenza dietro la safety car (entrata in seguito ad un incidente in partenza che aveva coinvolto JJ Lehto e Pedro Lamy, i rottami delle cui vetture avevano provocato il ferimento di alcuni spettatori), Senna uscì di pista in piena velocità alla curva del Tamburello[10] , a causa del cedimento del piantone dello sterzo[11]. Il piantone era stato modificato la notte seguente le prove cronometrate, alla vigilia della gara, dopo che Senna aveva chiesto di migliorare la visibilità della strumentazione[12]. Il piantone era stato allungato. La saldatura manuale si era mostrata però insufficiente a reggere le sollecitazioni della gara[13]. Il pilota non poté quindi fare nulla per controllare la monoposto. Senna, infatti, rimasto ormai passeggero impotente di una vettura ingovernabile, frenò (come si vede anche dalle immagini riprese dal videocamera montata sulla monoposto), ma non riuscì ad evitare il muro del Tamburello. Le conseguenze risultarono tragiche: l'impatto fu tremendo, coinvolgendo la parte anteriore destra della monoposto. Il puntone della sospensione anteriore destra, spezzatosi, penetrò nella visiera del casco del pilota, dal bordo superiore[14]. Ciò causò lo sfondamento della regione temporale destra e provocò gravissime e fatali lesioni. Il pilota brasiliano perse oltre 3 litri di sangue in seguito a tali lesioni; dopo i primi soccorsi a bordo pista prestatigli dall'equipe medica, sotto l'occhio vigile del medico della FIA Sid Watkins, fu deciso di trasportarlo via elicottero all'Ospedale Maggiore di Bologna. Qui il pilota venne ricoverato nel reparto di rianimazione, dove si accertò che il danno più rilevante era il trauma cranico provocato proprio dal puntone della sospensione; ogni sforzo per salvargli la vita fu vano e Senna spirò all'età di 34 anni alle ore 18,40 senza aver mai ripreso conoscenza. segue su Wikipedia... (http://it.wikipedia.org/wiki/Ayrton_S...)