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venerdì 15 novembre 2019

La TV ci dice chi odiare. Lavaggi cerebrali. Karl Popper ci aveva avvertito.


In molti hanno sostenuto, talvolta con un pizzico di ironia, che la vera unità d’Italia sia merito di Mike Bongiorno e non di Garibaldi o Cavour, grazie alla sua trasmissione "Lascia o raddoppia?" 
Fu quel programma a diffondere la lingua italiana in tutto il Paese, facendola conoscere a una parte della popolazione che ancora negli anni Cinquanta si esprimeva solo con il dialetto. Pochi anni dopo, dal 1960 al 1968, arrivò il programma "Non è mai troppo tardi", in cui il maestro Alberto Manzi insegnava le nozioni base dell’italiano a coloro che, pur avendo superato l’età scolare, non le conoscevano.
Lascia o raddoppia?, 1956
Con l’avvento delle televisioni private, però, qualcosa è cambiato. Dovendosi sostenere con la sola raccolta pubblicitaria, queste hanno cominciato a tener conto soprattutto degli indici di ascolto, non sempre legati alla qualità di quanto messo in onda. Anche la Rai, inseguendo le televisioni commerciali sul loro terreno, ha abbassato il livello culturale dei propri programmi e del suo pubblico.

Sul lungo periodo questo impoverimento intellettuale degli spettatori può avere un effetto grave sull’intera società, secondo quanto sostiene il filosofo austriaco Karl Popper, che da giovane aveva collaborato con lo psicoanalista Alfred Adler. 

Con lui si era occupato, per conto della Società di psicologia individuale comparata, di bambini con difficoltà di apprendimento: da questa esperienza ebbe origine il suo interesse verso le problematiche educative e la proposta di istituire “una patente per fare la televisione”. Le ragioni di questa presa di posizione, che potrebbe assomigliare alla volontà di censura, si trovano nel suo saggio Cattiva maestra televisione del 1994. La provocazione lanciata nello scritto è giustificata dalla volontà di Popper di difendere la libertà dei singoli e delle loro menti.

Popper, infatti, attribuiva alla televisione la capacità di agire in maniera inconscia sul pubblico, imponendo modelli di riferimento e gusti individuali e spingendolo ad adeguarsi in modo passivo a certi standard di opinione e di comportamento. Il filosofo era convinto che attraverso programmi diseducativi il sistema televisivo sia in grado di diffondere la violenza nella società, provocando “una perdita dei sentimenti normali del vivere in un mondo bene ordinato in cui il crimine sia una sensazione eccezionale”. Il meccanismo si aggrava nel caso dei giovani che, essendo più influenzabili, rischiano di confondere la finzione con la realtà, cedendo a una visione irreale della vita.


A sostegno della sua tesi, Popper richiamava la sua esperienza nella cura di bambini con disturbi originati proprio dalla violenza quotidiana nelle loro case. Per questo considerava estremamente dannoso permettere al mezzo televisivo di diffondere la violenza anche nelle famiglie che non ne sono direttamente toccate. 

La sua capacità di anestetizzare lo spirito critico e di addormentare le masse diventano per Popper anche uno strumento di controllo politico, in grado di minare alla base lo Stato di diritto. 
“Ora è accaduto che questa televisione sia
diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla. E così sarà se continueremo a consentirne l’abuso. Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Nessuna democrazia può sopravvivere se all’abuso di questo potere non si mette fine. Credo che un nuovo Hitler con la televisione avrebbe un potere infinito”, ha scritto il filosofo.

La proposta di Popper di rilasciare un’autorizzazione specifica alla fine di un corso per responsabilizzare i produttori televisivi, e renderli consapevoli del loro ruolo di educatori, è dovuta alla consapevolezza che spesso gli autori sacrificano la qualità dei loro prodotti per l’audience. Non vuole dunque limitare la libertà, ma preservarla dal totalitarismo televisivo, molto più complesso ed efficace di quelli conosciuti fino a ora nella storia. Popper rispose ai suoi critici in un’intervista per l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche di Rai Educational del 1993: “Bisogna privare il consumatore del suo piacere? Sì, se il suo piacere costituisce un pericolo per gli altri. […] Certe persone, con il loro atteggiamento di rifiuto della violenza, non diventerebbero pericolose anche se vedessero le peggiori cose alla televisione, mentre altri possono esserne influenzati.


Anche il cinema è stato coinvolto nella discussione. Durante la stessa intervista, gli venne chiesto se sia necessaria una patente anche per produrre film. La risposta di Popper non lasciò spazio a fraintendimenti: a differenza della televisione, disse il filosofo, il cinema è meno incisivo nella vita di tutti i giorni. Questo perché “bisogna darsi la pena di andare e non si resta normalmente più di due ore o di due ore e mezzo”. Perciò, anche se è opportuno intervenire in futuro anche in questo settore, il problema del piccolo schermo resta di maggiore urgenza e di più complessa risoluzione.



Intanto, la teoria popperiana sembra trovare riscontro nella realtà. La televisione si è dimostrata capace di creare bisogni fittizi, distruggere le diversità locali, svuotare di significato culture con centinaia di anni alle spalle e, soprattutto, di incattivire il telespettatore. 
Per averne la conferma basta guardare una puntata di programmi come La Corrida, Ciao Darwin o Avanti un altro!, che basano il loro successo sul sadismo del pubblico, pronto ad assistere divertito alle performance grottesche dei partecipanti.
La volontaria umiliazione dei concorrenti raggiunge un livello più grave andando a toccare la questione della privacy, ancora più minacciata con l’avvento della società dello spettacolo. 


Nel campo dei talk show, un caso esemplare è quello di Live – Non è la D’Urso, dove personaggi famosi o aspiranti tali rivelano retroscena intimi della loro vita privata. Come ha dimostrato il recente caso Pamela Prati, se non hanno uno scoop abbastanza importante da gettare in pasto all’opinione pubblica, possono arrivare a inventarlo.

Come temuto da Popper, la televisione sta davvero inebetendo i suoi spettatori.


 Nel 2018, una ricerca della società britannica Ipsos Mori ha messo in luce come gli italiani siano il popolo più ignorante in Europa, soprattutto per quanto riguarda la percezione dell’attualità. La causa principale del record negativo è la cattiva informazione televisiva, che distorce la comune percezione della realtà con false notizie. 
La scuola, in questi casi, non può essere la sola soluzione. 
Un ruolo importante va attribuito proprio alla televisione, che dovrebbe anche educare attraverso programmi di approfondimento culturale, alla portata di tutti e programmi appassionanti!

Ora più che mai abbiamo bisogno di un nuovo Alberto Manzi. Ne perderà l’audience forse, ma ci guadagneranno gli italiani.

venerdì 15 febbraio 2019

Sindrome di Procuste - Disprezzare, e non solo, il successo altrui.



Disprezzare il successo altrui: la “Sindrome di Procuste”

“Fa’ attenzione, ci sono persone che, quando vedono che hai idee diverse o che sei più brillante di loro, non ci pensano due volte a metterti sul letto di Procuste”

Disprezziamo molte cose per non dover disprezzare noi stessi (Marchese di Vauvenargues)
In base ai contesti o al proprio vissuto possiamo estrinsecare determinate emozioni: in alcuni ambiti possiamo essere felici, grati. In altri contesti possiamo mostrare, tristezza, paura, rabbia…..
Vi sono contesti in cui si articolano emozioni più complesse come l’imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa, l’invidia, la gelosia e il disprezzo.
Soffermiamoci ora sul disprezzo. Di certo, si può provare disprezzo per una persona che ti ha fatto del male, che ha deluso le tue aspettative, che ti ha tradita….E se il disprezzo si manifestasse nei confronti delle persone che hanno solo avuto la colpa di emergere nella vita? In questi casi, direi che a monte del disprezzo, vi è una ferita più profonda che emerge ogni qual volta qualcuno brilla più di sè.
Questo atteggiamento intrinseco prende il nome di Sindrome di Procuste, una patologia mentale abbastanza grave e dannosa sia per il soggetto che ne soffre sia per chi lo circonda e può essere visto in tutti i contesti, dal quello personale a quello professionale. Chi è affetto da questa sindrome non solo invidia costantemente gli altri ma tenta anche di ostacolarli per evitare che raggiungano i loro obiettivi personali.
“Per Sindrome di Procuste si intende una particolare patologia mentale che porta chi ne soffre a provare un forte dispiacere e dolore nei confronti del successo delle altre persone, che siano colleghi, amici o parenti”

Il disprezzo ingiustificato è legato a doppio filo con l’autostima; ci costringe ad un continuo confronto tra noi e gli altri, o meglio, tra ciò che non va nella nostra vita e l’immagine distorta e superficiale che abbiamo della vita altrui. Da questo confronto ossessivo ed distorto ne usciamo inevitabilmente sminuiti, frustrati, sconfitti.

Il mito di Procuste

C’era un letto particolare nella mitologia greca: “il letto di Procuste”. Procuste è il soprannome di un leggendario brigante greco che attendeva i viandanti sulla strada da Atene a Megara.
Costui possedeva due letti di diverse misure. Non appena catturava una persona, la posizionava su uno di quei letti. Se la vittima era grande e corpulenta, era costretta a sdraiarsi sul letto più piccolo, e Procuste tagliava il suo corpo in modo farlo combaciare con la misura del letto.
Se, al contrario, il malcapitato era minuto, era obbligato a distendersi sul letto grande; per far coincidere la misura del suo corpo con quella del giaciglio, Procuste lo piallava e lo stirava, proprio come si fa con la pasta di una torta o di una pizza, slogandone prima gli arti.
Attualmente, questo personaggio mitologico viene associato alle personeche ricorrono al boicottaggio, all’umiliazione o all’inganno per fare in modo che gli altri non diventino una minaccia. In pratica, invece di sforzarsi di migliorare e sviluppare ulteriormente le loro capacità, decidono di limitare le capacità degli altri.

Sindrome di Procuste, proiettarsi a un mondo parallelo mediocre

Chi soffre della Sindrome di Procuste vive nel mondo che ha elaborato nella sua mente, un mondo parallelo che lo porta a sconnettersi dalla realtà. Infatti, spesso è portato a sentenziare giudizi irrazionali che si basano sulla sua visione distorta della realtà.
Anche se vive chiuso nel suo mondo irrazionale, non disdegna a confrontarsi con gli altri; confronto ovviamente che lo porta a convincersi che le persone siano tutte mediocri. Non ammetterà mai che qualcuno possa brillare più di lui o di lei, così invece di sforzarsi di crescere come persona e allargare i propri orizzonti, cerca di limitare quelli degli altri.
Alla lunga, chi soffre della Sindrome di Procuste finisce per sviluppare profondi malesseri emotivi dato che inevitabilmente, manifesta un comportamento profondamente disadattivo.
“Trasformrsi nel personaggio mitologico significa semplicemente condannarsi a ciò che si intende evitare: la mediocrità. La persona che destina le proprie risorse a far inciampare gli altri per abbassarne il livello, non cresce realmente, ma si rassegna alla sua mediocrità”

Come si riconosce la persona che soffre della Sindrome di Procuste

In genere, il disprezzo, sebbene sia un sentimento logorante per chi lo prova, è distruttivo ma non patologico. Lo diventa nel caso in cui vi è una regressione ingiustificata del sentimento caratterizzata da ostilità, avversione, antipatia, odio intenso, aggressività.
Chi soffre della sindrome di Procuste identifica ciò che l’altro possiede, non tanto come qualcosa di intensamente desiderato, ma addirittura come qualcosa che gli è stato tolto. In conseguenza di questa percezione distorta della realtà,  si sente deluso e attaccato e, per difendersi, reagisce in maniera ostile. L’aggressività può essere anche solo emotiva, non necessariamente materiale o peggio sottile, subdola. Vediamo le caratteristiche principali di questi individui

Hanno un atteggiamento prepotente per nascondere la loro insicurezza e il sentimento d’inferiorità

Sebbene non lo riconoscano, queste persone provano una enorme sensazione d’inferiorità, motivo per cui si sentono minacciate da qualcuno che li può superare. La paura di perdere la propria posizione è ciò che li spinge a far inciampare gli altri. Ma la paura e l’insicurezza di solito si manifestano come arroganza perché queste persone desiderano mascherare le loro mancanze.

Reagiscono mettendosi sulla difensiva

Per coloro che soffrono della sindrome di Procuste, chiunque può diventare il nemico. Per questo motivo di solito reagiscono a qualsiasi commento mettendosi sulla difensiva e attaccando per cercare di superare il loro rivale e contenere la minaccia percepita.

Deformano la realtà a loro vantaggio

Il termine “letto di Procuste” è anche usato per riferirsi a un errore in cui queste persone tendono a cadere: distorcono la realtà in modo tale che si adatti alle loro idee. In pratica, invece di accettare i dati oggettivi, li manipolano a piacimento per farli corrispondere alla loro immagine della realtà.

Sono intolleranti

Alla base della Sindrome di Procuste c’è una scarsa tolleranza per le differenze. Queste persone non accettano che siamo tutti unici e abbiamo competenze diverse in aree diverse.

Accumulano molte responsabilità

Alcune di queste persone vogliono eccellere a tal punto che finiscono per accollarsi tutte le responsabilità, con l’obiettivo che gli altri notino la loro “incredibile” capacità lavorativa. Sono anche infastiditi quando vengono affidati dei compiti agli altri perché lo interpretano come un attacco personale.

Sviluppano una forte resistenza al cambiamento

Abbiamo tutti una certa resistenza al cambiamento, ma le persone con la Sindrome di Procruste sono ancora più resistenti perché temono di non essere in grado di adattarsi e avere successo nelle trasformazioni. Tutto ciò che li fa uscire fuori dalla loro zona di comfort genera rifiuto e paura.

Esprimono giudizi sotto forma di verità assolute

Per queste persone, le uniche idee valide sono le loro, tutte le altre non trovano posto, quindi di solito è molto difficile relazionarsi con loro. Il problema è che normalmente le loro idee rispondono a standard arbitrari e loro cercano di costringere gli altri a seguirli alla lettera. In questo modo ottengono l’uniformità che desiderano.
“L’essere umano è in grado di provare anche una forma di invidia buona ed è su questa che dobbiamo lavorare. Osservare pregi e difetti dell’altro infatti permette di confrontarsi con se stessi e comprendere cosa va migliorato, ovvero quali sono i limiti e le potenzialità inespresse di sé da migliorare”

Come affrontare queste situazioni

Non è facile vivere con qualcuno che si comporta come Procuste. Essere calpestati continuamente può indurci a reagire in due modi: ci si rassegna all’umiliazione e poco a poco diventiamo più piccoli, oscurando tutta la luce che è in noi oppure accumuliamo risentimento e odio. Nessuna delle due situazioni è positiva.
Può capitare che anche il nostro miglior amico o amica, trovandosi magari in un particolare momento di insoddisfazione personale, sia irritata dal nostro essere felici per il lavoro che facciamo, per la relazione che stiamo vivendo o magari perché siamo riusciti a raggiungere un traguardo molto importante
Ecco che ci si può trovare dunque in situazioni spiacevoli nelle quali ad esempio dietro ad un complimento, qualcuno a noi vicino possa esternare considerazioni eccessivamente dirette e critiche. La sua può essere una cattiveria inconsapevole che nasce dal senso di inadeguatezza che ha nei nostri confronti.
Quindi, ci sono casi in cui bisogna comprendere che ciò che questa persona sta esprimendo è frutto di una sua forte difficoltà. Possiamo ignorare questo commento, sebbene ci faccia rimanere molto male. Ma se certi atteggiamenti diventano la norma o se questa persona inizia a mettere in atto altri spiacevoli comportamenti , allora è il caso di allontanarla.

FONTE: https://psicoadvisor.com/disprezzare-successo-altrui-la-sindrome-procuste-10136.html?fbclid=IwAR1Hiu5CpHUjhcOqrEvE75Jem1pd7Pk9Qc36YN-bImpwQdeeOBrP_HVpR4w


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Il letto di Procuste

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prokrustesMolti di voi sicuramente ricorderanno, noi l’abbiamo fatto con piacere, un famoso personaggio della mitologia greca: Procuste, un brigante molto singolare. Abbiamo voluto rievocare Procuste per via della leggenda sui suoi “modi” estremamente bizzarri, oltre che cruenti, di dare ospitalità ai viandanti in cerca riposo e rifugio … Vero … dava ospitalità, ma non solo quello …
Il mito di Procuste infatti racconta che...... (SEGUE NEL LINK SEGUENTE): 
https://milocca.wordpress.com/2017/01/09/il-letto-di-procuste/

martedì 29 gennaio 2019

Aracnofobia: se conosci i ragni a fondo puoi vincerla. Occorre aiuto di un maestro.


Aracnofobia: introduzione

Non c'è un motivo specifico, né una paura fondata e concreta, ma di fatto l'aracnofobia terrorizza un numero sproporzionato di persone. Una paura agghiacciante, persistente ed ingiustificata, quella dei ragni, tanto da diventare - talvolta - un'ossessione incontrollabile, responsabile di veri e propri attacchi di panico. Ma il fatto più bizzarro, incompreso da aracnofobici e non, è sempre lo stesso: perché proprio i ragni? D'altronde, stiamo parlando “solo” di piccoli aracnidi innocui (tarantole e ragni velenosi a parte).
È sconvolgente l'impatto che la paura dei ragni genera tra la popolazione: si stima, infatti, che l'aracnofobia sia la paura agli animali più diffusa in assoluto, insieme a quella di topi e serpenti.


Il ragno, artista della tessitura per antonomasia, tesse la sua tela con destrezza e maestria unica: la pazienza, la precisione e l'attenzione della trama e dell'intreccio della sua rete sono sorprendenti. L'aracnofobia non si ferma solo al ragno in sé, ma si estende anche alle ragnatele, le sue opere “architettoniche” meravigliose: la paura della rete riflette probabilmente la fobia di essere intrappolati, di non aver via di fuga.
L'aracnofobia, come del resto le fobie in genere, cela disturbi psicologici più o meno gravi: infatti, non ha senso aver paura di questi piccoli animali, ma di fatto, inspiegabilmente, la paura c'è.
Questo è un palese esempio di quanto la mente umana possa condizionare noi stessi: è il senno che comanda il tutto e, quando non si è più in grado di porre dei freni alla ragione, la paura ha il sopravvento. Non a caso, l'aracnofobia rientra tra le paure irrazionali.

Sintomi

Se di sintomatologia si può parlare, l'aracnofobia genera reazioni diverse in base alla “gravità” del disturbo: nei casi di severità, la paura dei ragni s'innesta semplicemente visionando uno scatto fotografico di un aracnide. Le reazioni alla vista di un ragno, sia questi di dimensioni minute o giganti, sono incontrollate e possono risultare esagerate agli occhi non solo degli altri, ma anche dell'aracnofobico stesso.

Esistono vari livelli di gravità, a partire dalla semplice repulsione alla vista del ragno, sino alla degenerata ossessione per gli stessi, che sfocia in attacchi di panico e reazioni irrazionali, oltre che sproporzionate. Tra i sintomi più frequenti, si ricordano:


sudorazione, respiro affannoso, nausea ed aumento della frequenza cardiaca.

In alcuni aracnofobici, i tipici prodromi di paura si presentano al solo pensiero che all'interno di una stanza possa presentarsi un ragno; il soggetto, di conseguenza, è in grado di entrare in quella camera solo dopo uno sforzo mentale abnorme, unico modo per superare la fobia.

Tipica degli aracnofobici è la sensazione di essere infestati dai ragni, di percepire le zampette correre sulla pelle, come se il ragno volesse intrappolare il pasto umano dentro la sua tela, per mangiare lentamente la sua preda, succhiandone gradatamente il sangue.
Dopo aver inquadrato la paura dei ragni in chiave sintomatologica, è comprensibile come il termine “aracnofobia” sia un eufemismo, per quelle persone che ne sono affette. Spesso, i soggetti “sani” trovano eccessive le reazioni degli aracnofobici alla sola visione del ragno, ma l'ossessione - vista con gli occhi degli altri - viene spesso sminuita rispetto a quanto lo sia in realtà.


Pensare che, in alcuni Paesi, i ragni sono persino considerati una leccornia gastronomica!
Analisi psicologica

L'aracnofobia, come peraltro la maggior parte delle fobie, è strettamente correlata a disturbi - più o meno gravi - di natura prettamente psicologica: effettivamente, i piccoli aracnidi rei di ossessioni e incubi notturni rappresentano solamente un banale espediente verso cui rovesciare le nostre fobie. La dilatazione delle pupille alla vista della “bestia”, la pelle d'oca, la percezione che quel ragno lontano stia accarezzando la pelle, l'aumento della frequenza cardiaca ed il senso di nausea sono solamente frutto dell'immaginazione: nulla è reale. 

Riflettendo: come sarebbe possibile che questi piccoli animali possano arrecare danno all'uomo? L'aracnofobico non deve credere di essere un succulento bocconcino per il ragno: la paura è infondata. 
Leggendo quanto detto, è comprensibile che il primo pensiero di un soggetto affetto da aracnofobia sia: “facile dirlo!”. Anche in questo caso, deve subentrare la volontà di superare il problema: senza desiderio e volontà di guarire (dove il verbo “guarire” calza a pennello per esprimere al meglio il concetto, considerando che l'aracnofobia, per molti, è una malattia a tutti gli effetti), la paura dei ragni non può essere debellata.

Interpretazione simbolica del ragno

La figura raccapricciante del ragno, dalla testa enorme (vista tale dagli aracnofobici) e dalle otto zampette frammentate e sottili, è da tempo immemore simbolo di paura e terrore. Anche in questo caso, la domanda immediata è sempre la stessa: perché proprio il ragno? 
Certo, la proiezione della figura dell'animale ingigantisce il suo corpo esile creando veri e propri mostri d'ombra stampati su muri e soffitti, che si divengono i principi neri di sonni notturni inquietanti. Ciò nonostante, sta di fatto che il ragno “reale” che, timido, si nasconde nelle crepe dei muri e negli angoli più isolati della casa, è la vittima: l'uomo, che, pauroso, si copre il viso e trema alla vista della bestia, non si rende conto che il vincitore dell'eterna battaglia al mostro è proprio lui!

Secondo il pensiero di alcuni autori, è proprio dal ragno che tutto ha avuto origine, grazie alla sua particolare struttura fisica; per altri, invece, il ragno è un intermediario per l'aldilà.
Intrecciando l'analisi psicologica con l'interpretazione simbolica del ragno, idealmente è possibile scovare i motivi reali che scatenano l'aracnofobia.


La tessitura della tela simboleggia la creazione della vita: 

la paura della ragnatela, probabilmente, nasconde sia l'ansia della morte, che l'inquietudine di essere intrappolati in una rete dalla quale non si può sfuggire. 
Probabilmente, ciò che inquieta enormemente gli aracnofobici, è la laboriosità dell'animale nel costruire la sua tela, la pazienza mista ad intelligenza nell'aspettare la preda, e la caccia, dato che il ragno si nutre delle sue prede ancora in vita dopo averle paralizzate nella tela ed incastrate nelle sue infide zampette, non lasciando loro alcuna via di scampo. (!)

Aracnofobia ed interpretazione

Se l'aracnofobico in sé teme il ragno, la paura si può facilmente tramutare in vera e propria ossessione quando l'animale viene enfatizzato, e la fobia amplificata smisuratamente dai media e da credenze popolari e leggende che, di per loro, non hanno fondamento alcuno.
Nella simbologia, il ragno è definito una creatura imprevedibile, bizzarra, ambivalente, in cui nella medesima bestia regna sia il bene che il male.


Con ogni probabilità, l'aracnofobia è esagerata a dismisura da alcune culture: secondo quanto emerge da una credenza antica - tuttora considerata - l'anima può entrare ed uscire dalla bocca durante il sonno sotto la veste del ragno.


Nell'arte, alcuni dipinti raffigurano ragni giganti con il volto di donna: abbiamo visto in precedenza che la figura del ragno è in qualche modo correlata alla vita (atto di creazione). A tal proposito, la donna ragno simboleggia duplici significati opposti: l'umano e la bestia, la bellezza e la mostruosità, il reale e l'immaginario.


Per altri autori, l'aracnofobia esprime l'allegoria dell'alienazione di se stessi nei confronti del mondo; per altri ancora, la paura dei ragni è un semplice tentativo di allontanare involontariamente alcuni comportamenti - inconsciamente reputati erronei - del proprio ego.
Terapie psicologiche

Come abbiamo visto, l'aracnofobia miete un numero enorme di vittime. Tuttavia, come tutte le fobie e le malattie di natura psicologica, la terapia è possibile. Dato che per molti autori la paura dei ragni viene catalogata come una “fobia semplice” (classificazione effettuata sicuramente da persone non aracnofobiche), non esistono trattamenti farmacologici mirati, riconosciuti e legittimi.

Comune è la cosiddetta esposizione in vivo, terapia comportamentale consistente nel contatto ravvicinato dell'aracnofobico al ragno: il trattamento, dapprima puramente psicologico e successivamente effettuato anche sul piano pratico, dev'essere eseguito per gradi, al fine di trascinare il paziente proprio al limite dell'ossessione, toccando con mani l'aracnide che, beffardo, fissa la vittima.


In genere, la terapia ha inizio sottoponendo l'aracnofobico a domande mirate sulla sua paura, al fine di estrapolarne i motivi che l'hanno indotta: il più delle volte, il paziente non è in grado di dare una spiegazione precisa e sicura alla sua aracnofobia.


La fase terapica successiva consiste nel presentare fotografie di ragni all'aracnofobico; le sedute proseguono mostrando veri ragni, che li separano dal soggetto grazie ad un vetro. 


L'ultima fase, il livello di “pericolosità” più elevato per l'aracnofobico, nonché il più temuto, consiste nel toccare direttamente i ragni.

Generalmente, la cura dà buoni risultati per un breve periodo di tempo, pertanto sono consigliate terapie di “richiamo” al fine di evitare ulteriori ricadute.


Altri autori, sembrano preferire altri metodi chiamati “shock”, consistenti nell'esposizione improvvisa del ragno alla vittima aracnofobica.

Riflessioni

Senza dubbio un paradosso irrazionale, l'aracnofobia: la coscienza e l'intelletto non sono più in grado di gestire l'oggetto fobico. Il problema in sé non è rappresentato dalla paura dei ragni: il ragno, come già esplicitato più volte, è solamente uno stratagemma, una semplice scappatoia verso cui riversare ansia ed angoscia inconscia. 
Se il ragno fosse una scatola zeppa di paure, preoccupazioni ed inquietudini l'aracnofobico temerebbe comunque la scatola: il problema è che l'involucro, in sé, non crea paura, non scatena il danno, ma è il contenuto che genera ossessione. La scatola è apparenza: non ci si deve fermare alle apparenze, si deve scavare più a fondo, cercando di scovare il motivo attorno al quale rotea il tutto.

Alcuni esperti in materia sono convinti che l'aracnofobia affondi profonde radici nell'infanzia, la “tenera età”, periodo di vita in cui la forza mentale non è ancora consolidata e stabile. Le paure viste con gli occhi di un bambino vengono ingigantite ed enfatizzate: l'inevitabile conseguenza è l'assoluta incapacità di padroneggiarla, generando un senso di angoscia permanente ed ingestibile. È proprio in questo momento che nella testa del piccolo aracnofobico scatta involontariamente un meccanismo apparentemente difensivo, che consiste nel far ricadere la responsabilità dell'angoscia proprio nel ragno.
Se non si ricorre a terapie psicologiche, l'aracnofobia, inspiegabilmente, rimane un incubo che accompagna il malcapitato per tutta la vita.

Pensare che un antico proverbio inglese afferma: Se desideri amore e successo
lascia un ragno correre vivo
.
Chissà se gli aracnofobici concordano…

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Tratto dal film: "Mamma ho perso l'aereo" AHAHAH


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Aracnofobia addio! Come non avere più paura dei ragni

L’aracnofobia è abbastanza comune, ma i ricercatori hanno scoperto che è possibile combattere e superare la paura dei ragni

LA PAURA DEI RAGNI

La paura dei ragni, scientificamente detta aracnofobia, è abbastanza comune e interessa sia uomini che donne. Nella maggior parte dei casi non si tratta di una fobia molto pericolosa e secondo gli scienziati può essere superata. Nello specifico i ricercatori ritengono che la sintomatologia si manifesti null’altro che con un’accelerazione cardiaca. E per questo può essere affrontata con il metodo del confronto diretto.

COME SUPERARE LA PAURA DEI RAGNI

I ricercatori della Sussex University hanno scoperto che esporre le persone alle proprie paure riduce la loro ansia. Gli esperti ritengono che tali scoperte potrebbero applicarsi alle più comuni forme di fobie. Le terapie attuali si basano sul confronto diretto con lo stimolo temuto. Ovviamente ciò può indurre i pazienti trattati a provare un significativo disagio emotivo.

IL TRATTAMENTO

I risultati, pubblicati nella rivista di Medicina psicosomatica, potrebbero costituire la base per un nuovo trattamento per le paure irrazionali. Il trattamento attuale è spesso prolungato e comporta una graduale esposizione agli stimoli. Ma la nuova ricerca dimostra che possono essere trattati in modo più efficace collegando la terapia computerizzata ai ritmi corporei dei pazienti stessi.
Il professor Hugo Critchley, presidente della psichiatria di Brighton e Sussex Medical School (BSMS) e investigatore principale, ha dichiarato “Molti di noi hanno fobie di un tipo o dell’altro – potrebbero essere ragni, clown o persino cibo. Il trattamento di solito comporta l’esposizione della persona alla paura, ma questo può richiedere molto tempo.”

LA PAURA DEI RAGNI E IL BATTITO CARDIACO

Il modo in cui rispondiamo alle nostre paure può dipendere dall’esposizione allo stimolo in relazione ai battiti cardiaci. I segnali di eccitazione corporea che si verificano con ogni singolo battito cardiaco possono modificare l’impatto emotivo di potenziali minacce. Ad esempio, se sperimentiamo le minacce durante un battito cardiaco, possono apparire più grandi.
In questo studio clinico, una terapia di esposizione computerizzata per l’aracnofobia è stata combinata con misurazioni online dei battiti cardiaci.
Per un gruppo di pazienti, le immagini dei ragni sono state presentate in contemporanea al battito del cuore. Mentre per un altro gruppo di pazienti sono state presentate immagini di ragni tra i battiti del cuore. Un terzo gruppo di controllo ha visto i ragni in modo casuale nelle sessioni di terapia. Sebbene ci sia stato qualche miglioramento tra tutti i pazienti, le persone esposte ai ragni durante il battito cardiaco hanno reagito meglio. Hanno infatti mostrato una maggiore riduzione della paura dei ragni auto-riferita, dei livelli di ansia e delle risposte fisiologiche ai ragni.

(FONTE: https://www.stile.it/2018/11/16/come-non-avere-piu-paura-dei-ragni-id-201280/)